Scusate io vado

Pensieri e parole… in viaggio

Varanasi, un’altra India

Era una notte buia e tempestosa. Sul serio. Questo è l’incipit perfetto per descrivere il viaggio che ci ha portato a Varanasi dopo la tappa di quattro giorni ad Allahabad per il grande Kumbh Mela. In teoria, da programma, dovevamo partire al mattino prestissimoIMG_2495 per goderci poi il pomeriggio ma in India si sa, gli imprevisti sono il pane quotidiano. Dopo la sveglia alle 2 del mattino per vedere e fotografare il bagno rituale e i naga sadu correre con le chiappe al vento siamo tornati al campo tendato per aspettare le 10 di sera perchè, in teoria, il traffico ad Allahabad doveva essere chiuso fino a quell’ora. Evviva, un pomeriggio intero buttato nel bidone. Così ci siamo messi lì buoni buoni ad aspettare in tenda, sotto una pioggia battente. Non riesco davvero a immaginarmi cosa poteva esserci al Kumbh Mela se già quando il sole spaccava i sassi si doveva camminare su una melmosa poltiglia…
Il capo villaggio (che sicuramente non sarebbe stato preso in un villaggio Valtur per l’animazione data la simpatia e il tentativo di fregarci facendoci pagare qualsiasi cosa…) è venuto ad avvisarci che potevamo partire prima, verso le 5:30… Alle 7 siamo riusciti a metterci in macchina. Tempi indiani. L’autista é il vero rincoglionito che con una macchina da 7 posti cerca di stiparci in quattro nel sedile dietro tenendo larghi i bagagli e i due sedili in fondo chiusi. Un genio. Abbiamo dovuto spiegarglielo noi e, ovviamente, spostarci da soli i bagagli e aprire almeno un sedile. Aahhhh quanto ci manca Dave-che-ho-scoperto-chiamarsi-Raj. La prima cosa che dice (e che continua a ripetere) è “no english, no english” e questo è senza ombra di dubbio il peggiore degli inizi, se poi ci si aggiungono le strade dissestate, il traffico, il buio pesto e soprattutto il diluvio direi che abbiamo tutti gli elementi per un gran bel viaggio di merda.
Incastrata tra uno zaino e una valigia coperta da un asciugamano sono riuscita ad addormentarmi per un po’ nonostante le strombazzate e le frenate… Credo pesassero molto di più le due misere ore di sonno della notte precedente.

Nel tragitto siamo stati fermi nel buio più o meno mezz’ora, non per un incidente o per un ostacolo in mezzo alla strada. No, solo perchè due macchine si erano incastrate e non sapevano più come fare! Cioè, INCASTRATE!

Il primo impatto con Varanasi è stato piuttosto traumatico. A parte il fatto che al posto di 2 ore e mezza ne abbiamo impegate 5 e mezza…
Il tassista ovviamente voleva scaricarci al primo incrocio di questa città lercia da morire con poliziotti (?) armati ovunque e scappareIMG_2511 più lontano possibile da noi. Poliziotti che hanno fatto spostare la macchina mentre cercavamo la guest house tra gli stretti vicoli del ghat perchè “non puó stare davanti al tempio, c’è la discoteca”. Prego?
Ci fai togliere la macchina perchè c’è un palco da giostrai con su 6 o 7 maschi che ballano house indiana?!
No comment. Ma forse questi sono solo commenti stanchi e affaticati di gente che ha dormito due ore e che si fa rimbalzare per ore su un’auto indiana con le sospensioni a puttane.
La Teerth guest house è davvero introvabile, per arrivarci non so nemmeno come Gianni e Riccardo ci siano riusciti: neanche in un gioco della Xbox i vicoli sarebbero potuti essere più stretti, pieni di mucche (e loro regalini), polizia e luci rotte. Nonostante le buone recensioni il letto era lurido, la coperta pure e sulla tazza del water ho passato 4 volte l’amuchina. Ma poco importa… Siamo a Varanasi e la stavamo aspettando da così tanti giorni che riusciamo a dimenticarci di tutto il resto.

Sveglia. Piove. Mettiamo tutti i vestiti che abbiamo in valigia, ci buttiamo nei vicoli dietro ai ghat e scegliamo la colazione più occidentale che riusciamo a trovare. La buca per i turisti: Brown Bread Bakery.

Per un attimo impazzisco: torta di mele, cheesecake, torta di yogurt, pane e marmellata, muffin al cioccolato… volevo prendere tutto. TUTTO. E quindi parto con le mie richieste: brioches alla crema “mmmhh… no”, muffin “mmmhhh… no” torta di riso” mmhhh. Alla sesta richiesta gli ho domandato che cavolo di torte avesse. “Apple!”. Andata.  Facciamo colazione con calma, con uno strudel (il concetto di torta non era chiarissimo evidentemente) e un chai. Litri, di chai. Che oltretutto ho chiesto appellandolo come “Chai tea latte” facendomi ridere in faccia da Gianni che mi ha fatto notare che quello è il nome di Starbucks.

Tiriamo su dai cuscini umidicci del locale le nostre stanche membra e ci dirigiamo verso la parte più interessante della città: i ghat.

IMG_2605Non prima di essermi ribaltata dalle scale, ovviamente. Complici le scarpe infangate e le scale bagnate sono franata per mezza rampa di scale. Stordimento. Livido ENORME sulla chiappa. Varanasi mi odia già.

I ghat, le splendide scalinate che portano al Gange, sono il fulcro spirituale della città: ci si lava, si prega, ci si purifica e ci si fa bruciare. Perchè la cosa più curiosa della città è senza dubbio poter vedere i funerali che si svolgono a bordo fiume. In effetti non è da tutti i giorni poter vedere bruciare cadaveri secondo tradizione…

Mentre camminiamo verso il fiume ci imbattiamo in almeno tre cortei funebri, con i parenti che cantando litanie accompagnano corpi portati a spalla avvolti in tessuti preziosi. Anche sotto una pioggia battente.

Ci siamo fermati sotto una tettoia, una signora che approssimativamente poteva avere tra i 120 e i 160 anni guardando le rughe ci invita ad entrare nel suo negozietto per ripararci dalla pioggia. Aspettiamo in un angolo, ci sorride e ci chiede se ci interessa qualcosa in vendita. Qualche quaderno, bustine di shampoo, due o tre lattine dentro un frigorifero praticamente vuoto. Stava lì, ci guardava, contenta che fossimo dentro il suo negozio che era anche casa sua “My house, my house”. Mi faceva una tenerezza infinita. Ho comprato qualche shampoo. Non voleva niente di più, era solo contenta che fossimo lì con lei.

IMG_2556Ci dirigiamo verso il Manikarnika Ghat, il luogo principale in cui avvengono le cremazioni, e in tempo zero siamo stati assaliti da procacciatori di affari che volevano farci avvicinare per fare qualche foto da vicino. Ovviamente i nostri soldi sarebbero stati dati alle famiglie per pagare il funerale e non se li sarebbero intascati loro… Non sia mai. Fregatura per fregatura chiediamo il prezzo. Siamo 5, ci chiede una cifra che si aggira intorno ai 50 € a testa. Una follia. Tanto per dare le proporzioni, in India puoi tranquillamente cenare con 3/4 euro e riempirti abbondantemente la pancia. Stiamo un po’ al gioco, vediamo dov’è il margine di trattativa. Diciamo che è ok ma che i soldi vogliamo darli direttamente ai familiari del defunto. Non sia mai, loro non possono! Sono troppo tristi per parlare ed accettare dei soldi. O a loro, o niente. Ritratta, 5 € ogni scatto che facciamo. Salutiamo, io come al solito dopo i suoi insulti e le maledizioni mi incazzo perchè l’amico tira fuori il karma e ci dice che saremo puniti visto che non diamo soldi a lui e alla vecchietta che veglia sulle salme (in un luogo di cui non ho capito bene la funzione… celle? Forni?). Gli chiedo dov’è tutta la religiosità nell’insultare della gente a cui cerchi di fregare dei soldi, lui continua a ripetere le sue tiritere, lo mando a quel paese e come al solito mi rendo conto che sono l’avvocato delle cause perse.

Ovviamente Mr. Pragmatic cerca la soluzione alternativa: se non si può arrivare ai ghat da dietro, perchè non farlo da davanti, viaIMG_2668 acqua? Noleggiamo la barca ad una cifra accettabile (circa 20 euro per un giro di un’oretta avanti e indietro sui ghat), e anche se ogni tanto spioviggina riusciamo comunque a goderci uno spettacolo incredibile.

La legna viene pesata accuratamente per determinare il costo della cremazione, i pali di legno impilati con attenzione. Più le pire sono alte, più la famiglia è facoltosa e può permettersi un grande falò, e per chi non può permettersi nemmeno la cremazione c’è comunque la possibilità di riposare in eterno dentro il Gange: vengono legati ad una pesante pietra e poi lasciati scivolare fino al letto del fiume. Mentre osservavamo silenziosamente il rituale, guardando i corpi bruciare non riuscivo a togliermi dalla testa un’immagine: Il letto del fiume in quel tratto. Cazzo, altro che Dexter! Calcolando il livello economico e che solo nel ghat principale vengono bruciati circa 200 corpi al giorno, quanti cadaveri ci saranno lì sotto?

E’ un po’ agghiacciante, ammettiamolo. Soprattutto nella stagione più calda, dove piove meno e qualche corpo si stacca dalla pietra e riaffiora. Credo sia agghiacciante. Senza mezzi termini.

Dopo tutto questo piacevole spettacolo decidiamo di… andare a pranzare! Perchè evidentemente dei corpi carbonizzati davanti ai nostri occhi non intaccano minimamente la nostra voglia di pollo tandoori. Optiamo per il Dolphin restaurant, sul tetto di un albergo (mettete in conto 6 rampe di ripide scale senza la possibilità di prendere un ascensore… Almeno coadiuva la fame!), il cibo buono, il personale mediamente gentile.

La pioggia continua ininterrottamente, a differenza della temerarietà solita decidiamo di riposarci, prendercela comoda e passare il pomeriggio sorseggiando chai e mangiando dolcetti nella Bakery, dove incontriamo un gruppo di italiani in viaggio spirituale. Decisamente interessante.

Tutto quello che seguirà dopo questa riga potrà essere definito il mio incubo formato India.

C’è chi dice che ho fatto troppo la furba e ho detto troppe volte che non ho mai avuto problemi di dissenteria, vomito o affini: la verità è che ho sempre mangiato qualsiasi cosa, a qualsiasi bancarella dalle mani di qualsiasi persona e non ho mani avuto nessun tipo di problema. Fino a Varanasi.

La sera io e Gianni decidiamo di tornare a mangiare qualcosa al Dolphin, usciamo dalla panetteria e ci dirigiamo verso il locale in cui avevamo anche pranzato. Il vento era terribile, fortissimo e gelato. Il ristorante stava chiudendo e abbiamo, quindi, mangiato in un quarto d’ora (e già questo è fuori dalle mie abitudini). Usciamo, vento e pioggia. Una notte da incubo, congestione.

Mi sono rotolata nel letto tutta la notte senza pace, ho riproposto la mia cena al water dell’ostello. E’ incubo. Blackout.

La mattina sono, per la prima volta in vita mia, rimasta a letto. Senza forze e a distanza ravvicinata da un bagno. Non so bene come siamo arrivati prima in aeroporto e poi a Calcutta. Mi sa che Varanasi sarebbe tutta da rivedere.

E’ una città dal fascino strano, mistico, è come un’India diversa dentro l’India già vista, come se fosse un mondo a parte, più chiuso e comunque dalle tradizioni strabordanti e visibili. Varanasi ti frulla l’anima.

Sentimentalismi springsteeniani: trasferta Svedese

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Io non so scrivere di musica. Non ne ho le conoscenze, le capacità, nemmeno il talento. Ho cominciato a mettere il naso nella musica buona solo un anno fa e Springsteen ha monopolizzato tutte le mie attenzioni, quindi no, non sono in grado di parlare di musica come chi con le parole sa emozionare e far sentire le note mentre si legge un foglio bianco.

Però so parlare di emozioni, quello ho imparato a farlo. E di emozioni sulla strada di Stoccolma ce ne sono state tante, emozioni nuove, totalmente sconosciute per me.

Andare all’estero per vedere un concerto già è folle. Per Springsteen ancora di più. Incontrare amici al Gate , sapere di essere lì tutti per lo stesso motivo e sentire quella strana sensazione di avere qualcosa in comune anche se non sai nulla di quelle persone, se non che hanno il tuo stesso fuoco che arde dentro, anche se di concerti ne hanno visti decine più di te.

Sono a casa. E sulle mani lavate decine di volte c’è ancora l’ombra dei pennarelli indelebili con cui i disorganizzatissimi svedesi scrivevano l’ordine di arrivo e determinavano il tuo spazio per le tre ore di concerto. File. Fila ufficiale? Siamo tra i primi cinquecento del primo giorno. Secondo gruppo. Terzo. Fila non ufficiale del secondo giorno. Mi aspettavo che almeno ci fosse scritto qualcosa su questo braccialetto viola di plastica. Ma forse sono solo manie mie, da raccoglitrice di ricordi compulsiva.

Transenna. Ancora. Mi piace troppo stare lì sotto, anche se sono di lato (la parte centrale è sempre dei pazzi che scelgono di fare gli appelli ad orari improbabili per tre o quattro giorni di fila e tenersi scritto sulla mano il numero più basso possibile). Quando passa di lì Bruce lo senti vicino, come se dopo davvero ci fosse la possibilità di fare due chiacchiere fino a tarda notte. Lui è lì. Non è da divinizzare, è fottutamente umano. E’ fottutamente vivo.

E poi semplicemente si spengono le luci, e io chiudo gli occhi e mischio inesorabilmente pensieri ed emozioni di due serate così nettamente diverse tra loro. La domanda fatta più spesso? Ma i concerti non sono tutti uguali? Oh, no. Proprio no.

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Luci. Comincia lo spettacolo.

La setlist la trovate ovunque. Le vibrazioni che partono dalla pancia ed esplodono nel cuore… Quelle no.

Le chitarre del Boss sono tutte sbucciate, logore. Ve ne siete accorti? Come se fossero quelle da sempre, come se la sua musica potesse uscire solo da lì perché lì su c’è nata, come  portare in giro tuo figlio sulla macchina in cui hai fatto l’amore mille volte, sognandolo. Credo sia quello. Magari si sono rovinate sotto l’acqua di Firenze dello scorso anno, portano le ferite di guerra. Sono più belle, sono sue. Le impugna con forza, con quelle dita piccole e un po’ tozze. Sono una donna, a queste cose ci guardo. Ci gioca, ha una grazia divina nel farlo, come se non avesse impugnato neanche una forchetta in vita sua. Solo chitarre. Forse è così, una mano sempre sulla Fender.

In uno stadio da 65000 persone Bruce riesce a farti sentire intimo con lui. È difficile da spiegare. Sotto al palco lui si avvicina, si butta in mezzo, raccoglie idee su come trasformare una data qualunque del tour in “ti ricordi quel concerto pazzesco?”. Hai sempre l’impressione che dopo potresti incontrarlo a farsi una birra al bar dello stadio che ti chiede “vi è piaciuto stasera?”.

Lui è lì per il pubblico, ma il suo spettacolo è fatto anche dal pubblico.  Ci gioca, raccoglie richieste assurde, ride dei cartelli più strani, magari scritti sul cartone di un frullatore trovato per strada.

“Mountain of Love”. Aggrotto le sopracciglia. Guardo il mio ragazzo, springsteeniano onniscente. Sorride “è una cover, ma è bellissima”. Bruce è impacciato. Prova gli accordi, mastica le parole altalenando sulla melodia. Non se la ricorda. “Ok, ci sono”. Come in quelle serate in cui c’è un’amico che strimpella la chitarra e qualcuno gli chiede “la sai quella…?”. Ma lui è il Boss, ed ha davanti 65.000 persone. Ed è lì, che gioca. Si diverte ad accettare sfide. A vedere le persone che si sciolgono dall’emozione mentre il suo cartello passa dalle loro mani alle sue. E magari su quel cartello c’è scritto “vuoi suonare a due chitarre con me?”, e Bruce ti prende per mano e ti porta sul palco. E così quella ragazza è salita sul palco, ha suonato con lui, e probabilmente le sue mani stanno ancora tremando di gioia.

Come le mie gambe e credo quelle di tutti dopo Open all Night. L’ho dovuto filmare. Perché è proprio quel Bruce che fa impazzire tutti. E’ energia pura, calore, è il motivo per cui sei lì. Alla fine è bellissimo vedere i concerti, cantare le tue canzoni preferite, guardare uno show che comunque andrà sarà sorprendente. A vedere Springsteen ti ricarichi le pile, ti senti vivo e quella carica te la porti dietro per giorni, a volte mesi.

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C’è qualcosa di profondamente magico in quello che fa. Sembra avere il maledetto dono di saper toccare le tue corde nei punti scoperti, negli angoli bui. Ti sa parlare come un amico che ti mette la mano sulla spalla e ti dice “dai, beviamo qualcosa” perchè in quel bicchiere sa già che ci saranno parole da condividere, dolori da sciogliere, sogni da ricostruire. In questi giorni ho pensato spesso alle parole di un’amica che raccontandomi un po’di scelte di vita, decisioni impopolari,  sogni e desideri futuri mi fa “beh, se non fossi così non ascolterei Springsteen e non mi terrei la sua faccia sorridente attaccata in camera, quelle parole se non le mettessi in pratica non avrebbe senso di essere ascoltate”. Mi ha spiazzata. Forse per questo ho ascoltato, cantato e ballato una Badlands che ogni giorno sento sempre più mia. Ma forse queste parole sono di una banalità disarmante.
Non banale è vedere nel pit ragazzini accanto a sessantenni ballare scatenati. C’era un tizio, piccoletto, rigidissimo. Evidentemente il suo La è stato Seven Nights to Rock. Scatenato. Delizioso.
L’ho detto e scritto più volte a chi non capisce cosa c’è di tanto emozionante a vedere e rivedere Bruce in concerto. Lui si diverte. Da morire. E tu ti senti protagonista perchè ti diverti con lui e se sculetti come lui lo farà anche lo svedese accanto a te e magari quello dietro si divertirà a guardarti e si sentirà meno solo a muoversi come se nessuno lo guardasse.
“Balla come se nessuno ti stesse guardando, canta come se nessuno ti stesse ascoltando”. Twain probabilmente ha la gastrite nell’oltretomba ogni volta che queste parole vengono scritte da un teenager su facebook. Ma probabilmente si consola guardandomi ad un concerto.
E poi lo sguardo di Jake fisso negli occhi di Bruce. Non riesco a togliermelo dalla testa. Un ghigno, uno sguardo che sembrava una sfida. Born to run? Thunder road? Non mi ricordo nemmeno cosa stessero suonando. E quegli occhi, due parole del Boss dette IMG_6056sottovoce. È un gioco delle parti, un canovaccio su cui è scritto solo “date il meglio, ma godetevela”.
Serve scrivere qualcosa sulla bellezza di aver potuto ascoltare tutto Born to Run e Darkness in the edge of town? Non credo. La pancia mi si contorce ogni volta che la traccia quattro di Born to Run suona, figuriamoci vedere le dita di Springsteen che affondano sui tasti della chitarra e il suo viso si contrae nella sua smorfia dai denti stretti. E sento il sangue che bolle quando la traccia quattro è quella di Darkness. The blood rushes in my veins.

Ho stretto i pugni e incrociato le dita sperando in una Blinded by the light fuori programma, una bollente Fire o un’acustica It’s hard to be a saint in the city. Ma alla fine è stato perfetto così.

Quando sei sotto al palco l’unico desiderio è di diventare parte della storia. Tua, di Bruce, di quel popolo springsteeniano da cui i fucking die hard amano distaccarsi. Perché le storie di Springsteen di entrano sotto pelle e vorresti chiudere solo un attimo gli occhi e sentire il velluto dei sedili di un auto che ti accarezzano la schiena. Ed essere straordinario.

Il grande Bagno rituale… Nel cuore del Kumbh Mela

La sveglia è puntata sulle due del mattino. LE DUE. Del mattino. Il bello del Grande bagno rituale comincia verso le 3:30/4 e noi, al campo, dobbiamo anche arrivarci. Quando la sveglia suona per un attimo penso se è uno scherzo e se ha senso. Mi vesto con tutti i vestiti che trovo in giro, ci facciamo caricare dallo shuttle bus (non c’è tutto il giorno ed è lì bello pronto alle 2:30 del mattino?) e andiamo.IMG_1964

Sembra di essere in un film. Tutto il mondo del Kumbh Mela si sta svegliando, e il ronzio delle voci e delle preghiere non smette un istante. Un alverare al lavoro, non c’è nessun’altro modo in cui riuscire a spiegare il rumore. Ci incamminiamo in silenzio e lo spettacolo che ci si presenta davanti è piuttosto insolito. I pellegrini si svegliano e ciondolano qua e là, assonnati e con questo secchiellino in mano alla ricerca di una fonte d’acqua sporca o pulita che sia per lavarsi.

Diciamocela tutta. Gli indiani si lavano, ma lo fanno nel modo sbagliato. Se ti siedi in mezzo al fango a lavarti con l’acqua del Gange, davvero… Non so quanto tu possa venire pulito.

E poi in un campo accanto alla strada che portava al gange, una distesa di fedeli intenti in “un momento mattutino che non implica la preghiera”, per dirla soft. Una distesa di gente accovacciata che fa la cacca, per dirla meno soft. Mi veniva solo da ridere.

IMG_2066Ecco, queste sono le cose che fatico a capire dell’India: un pudore estremo (le donne fanno il bagno nel Gange vestite) e la totale libertà di fare i propri bisogni in mezzo alla gente.

Diciamola così, è come se uno mentre il Papa sta arrivando al balcone per dire l’Angelus si tirasse giù i pantaloni e si mettesse a fare la cacca in mezzo a piazza San Pietro. Più o meno  è così.

E’ assurdo vederli straiati in terra, totalmente ricoperti dalle coperte o dai sari colorati, , tappeti bitorzoluti di persone che dormono accanto a mucche, animali, cibo e centinaia di altre persone.

I colori delle luci artificiali che illuminano a giorno il delta del fiume sono fantastiche : gialle, intense, dense. Sembrano luci create IMG_2020apposta per fotografare qualcosa di magico. E quella mattina, qualcosa di magico, l’abbiamo visto davvero.

Dopo aver camminato a lungo siamo arrivati in mezzo alla folla, in riva al fiume, in cui i fedeli si godevano il loro bagno mattutino sotto i miei occhi increduli. Qualche fotografia potrebbe spiegare tutto istantaneamente ma senza far cogliere realmente quello che si prova a stare là.

Socchiudo gli occhi e nel silenzio mi piace rivivere quel momento. Un mattino fresco, un’aria pungente, io vestita con giacca e maglioncino e intorno a me indiani mezzi nudi e correvano con entusiasmo a bagnarsi nelle acque sacre. Era festoso. Il frastuono delle voci continuava a mischiarsi con il rumore dell’acqua scrosciante, le tre immersioni, un sorso d’acqua giù nella gola, un bel sorriso. Le donne con i capelli bagnati che si pettinano l’un l’altra, un odore acre e intenso di gelatina per capelli quando ti avvicinavi ad un uomo che si stava dando la piega perfetta nel folti capelli. Le mani che ti toccano continuamente, i ragazzini che giocano sul bordo del fiume come se fossero in riva al mare, i genitori che li riprendono perché no, non sono in spiaggia. I sari colorati immersi nell’acqua e stesi su canne di bambù, la polizia che controlla il tutto, barchette di carta con fiori e candele lasciate andare alla deriva cariche di preghiere e promesse da far esaudire alla madre Ganga, bangles dorati che tintinnano ai polsi e alle caviglie di quasi tutte le donne.

IMG_2279La folla è intensa e trepidante, tutti aspettano l’arrivo dei Sadhu. La folla è spaventosa. Tutti addossati l’uno all’altro, pressati dalle forze dell’ordine che non hanno nessun problema a usare i loro bastoni sui tuoi stinchi. FIschietto, Bastone. Tutta la folla ti pressa facendo passi indietro, tutti contemporaneamente. Siamo all’uscita della zona in cui vivono i Naga Sadhu, non potrebbe essere altrimenti.

Ed è il delirio. Centinaia e centinaia di santoni nudi che corrono urlando come pazzi, coperti solo da fiori (quando non sono completamente nudi) mentre saltano da tutti i lati, direzione Gange. E’ uno spettacolo pazzesco, davvero difficile da descrivere.

A parte il fatto che non essendo mai stata nello spogliatoio maschile di qualche palestra mi fa effettivamente un po’strano vedere centinaia di uomini col pisello al vento di tutte le forme, stazze, lunghezze (o piccolezze). Oltre al fatto che anche vecchietti dalla lunga barba grigia sorretti da giovani sicuramente più aitanti, corressero in direzione gange saltellando come cheerleader.

Era una festa. Assurda, delirante, tutta tinta di arancione, di colori vivaci. Una festa di fatta di migliaia di persone che guardavano tutte nella stessa direzione con le braccia tese.

Passiamo al lato concreto della questione. Una buona parte di questi santoni sono dei cialtroni. Perchè ok stare nudi per un voto, ma farsi dare i soldi per poi avvolgerseli intorno al gingillo ha molto poco di sacro e di mistico. Ma alla fine anche le madonne che piangono sangue per me hanno molto poco di religioso e sacro e molto di trovata promozionale a basso costo…

IMG_2138Altro problema logistico: muoversi all’interno del campo. La folla e le transenne bloccavano qualsiasi passaggio. I carri (cioè, delle specie di camioncini con seduto sopra qualche santone e attaccate decine di persone… Spesso dall’abbigliamento discutibile) continuavano a sfilare lungo le strade e la polizia ti fermava continuamente. Perchè non buttarcisi in mezzo fotografando qualsiasi cosa? Detto fatto. CI siamo buttati in mezzo tra i carri tra le facce perplesse di centinaia di indiani transennati.

Non so neanche quanto abbiamo camminato…siamo tornati al campo tendato verso le 2 del pomeriggio… stanchi morti.  Agognavo così tanto ad un letto e ad una doccia che non sapevo nemmeno in che ordine fare le due cose…i piedi cotti, il cuore e la testa scombussolati, le centinaia di foto fatte senza nemmeno guardare. E la certezza di aver preso parte a qualcosa di grande che non credo rivedrò mai più nella vita.

E ha cominciato a piovere. Se fossi il Manzoni darei un significato purificatore a questa pioggia, ma l’unica cosa che mi viene in mente è il mare di melma nelle tende fatte solo di paglia una palo e due stracci calcolando che di fango ce n’era già un bel po’. E’ strano il rapporto che gli indiani hanno con la terra, lo sporco e la natura. Un occidentale se venisse travolto da un acquazzone tenderebbe all’attacco isterico, uno del Rajasthan alzerebbe le spalle e direbbe “vabbè, tanto prima o poi mi asciugo”. Camminano scalzi nella terra, si lavano nel fiume in cui non sopravvive nessun essere vivente che non sia un batterio della grandezza di un pomodoro e fanno i loro bisogni quà e là. SOno strani. Ammettiamolo. Hanno il cellulare sempre in mano e si dipingono la faccia di rosso. Sono davvero difficili da capire, ma ti restano nella pelle, come se il loro essere “primordiali” li legasse a sentimenti e sensi che noi abbiamo perso nel tempo, nella modernità, nell’amuchina di cui anche io abuso.

Sorridono sempre e diventano serissimi quando li fotografi. No, non li capirò mai.

Camminando verso Allahabad

Islamabad è in Pakistan, Allahabad è in India. Allamabad non esiste. Promemoria per me. Non capisco bene perchè ma faccio casino.

Casino. Ecco la parola che senza ombra di dubbio si addicedi più ad Allahabad. Partire dal campo tendato, immergersi nella folla e  perdersi. E’ delirante. Siamo stati al Kumbh Mela pochi giorni e tutto diventa istantaneamente naturale, abitudinario…

Arrivare al pontile, trattare per la barca, attraversare un Gange calmo e piatto movimentato solo dalle onde create dalle persone che si IMG_1738immergono tre volte nel loro rituale mattutino, cercare di evitare i ragazzini con i serpenti e i venditori di colori, rimanere incuriositi davanti ai lettori di futuro con uccellini ammaestrati che estraggono carte con il becco da mazzi di parole sempre uguali. E i lebbrosi, e gli storpi. Quanta elasticità hanno i nostri occhi e la nostra sensibilità quando diventiamo insensibili a tutto dopo pochissimo tempo?

La stessa oppressione dovuta alla gente l’ho provata solo in Cina, in quelle metropolitane pechinesi dove era sempre l’ora di punta e in cui era normale soffocare annusando il collo di quello di fronte cercando di evitare che qualcuno si appoggiasse sul mio sedere. Qui è folla.

Da quando sono tornata ho ripetuto ossessivamente questa frase: ” se non sei stato in India al Kumbh Mela non hai idea di cosa sia la folla”. Ed è maledettamente vero.

Cammini per strada e diventi flusso, diventi una microscopica particella di un alveare in movimento. E’ da non crederci.

IMG_1790Il caldo è asfissiante, mi sono accorta quando ormai eravamo in città che il sole ci stava carbonizzando tutti: comprata crema solare per 1 euro e mezzo circa. Alla faccia delle creme protettive che vendono dalle nostre parti… Abbiamo camminato per ore, e non è un modo di dire, la strada per andare in città era infinita e non era possibile andarci con nessun mezzo su cui appoggiare comodamente le chiappe: a piedi. GLi indiani vanno sempre, ovunque, a piedi. CI adattiamo alla tradizione, ci immergiamo nella festa. Dovrei chiedere a qualche indiano come imprecano visto che una cucitura in una scarpa mi sta massacrando il piede. Credo di aver risposto alla gentile domanda preoccupata di Roberto che mi chiedeva “ti fa ancora male il piede?” qualcosa molto simile a “preferirei farmelo sbranare a morsi da qualche cane indiano e vedere che dopo lo sputa nel Gange…solo allora potrei essere serena”. Si, devo ammettere che le mie comodissime scarpe con una cucitura spostata sono diventate un terribile incubo. Pazienza. Un passo dopo l’altro visto che Gianni mi ha vietato categoricamente di togliermi le scarpe. Tanto batteri per batteri… Niente bancarelle a parte per un gelato che sapeva di spezie e cardamomo.

Si perchè uno quando pensa all’India sente subito nell’aria profumo di curry, verdure cotte con pollo in salsine color giallo intenso e IMG_1761invece no, il profumo, l’odore e il sapore che neutralizza (e sfancula… perchè dai, a volte esagerano) tutto è solo uno: il CARDAMOMO.

E’ ovunque. Nei dolci, nei gelati, nei curry, nelle verdure. Non sono neanche troppo sicura che sulla pizza di Andrea ci fosse origano… credo sarebbero capaci di infilarlo anche lì. L’ho sempre amato. Adesso, a un mese di distanza ancora non sono riuscita a bere una sola tazza di Chai. Sono terribilmente nauseata. Ma divago.

Cosa si può dire di Allahbad turisticamente parlando? C’è una cattedrale, l’All Saint Cathedral, affascinante chiesa che in un clima terribilmente induista fatto di sadhu e santoni beh, è un delizioso pugno in un occhio. Nel senso buono del termine. E? lì, che svetta  oltre un cancello, ricorda Notre Dame de Paris, imponente, bellissima. La dominazione inglese in India si fa sentire in questi dettagli, una cattedrale anglicana tra indù. Ma tanto, da queste parti non ci si stupisce più di nulla.

Per pranzo optiamo per el Chico un ristorante di alto livello in cui finalmente mangiamo qualcosa di un po’ diverso e soprattutto non vegetariano: ok che è sano, ok che è pure buono ma di mangiare ancora montagne di Paneer in salsina di curry ne ho veramente le palle piene. BUono eh, ma sentire solo roba gommosetta sotto i denti mi fa sempre sentire un po’ malata. Come mangiare brodo di pollo per tre giorni di fila…

E quindi ci buttiamo in maniera compulsiva su qualsiasi tipo di animale: pollo, agnello…prendiamo molto più cibo di quanto non possiamo fisicamente ingerire, ed è pure buono.

IMG_1913Con la pancia piena e un po’ di crema protettiva sulla pelle ci dirigiamo verso  i giardini di Khusro Bagh, povero figlio del re Moghul Jahangir assassinato dal fratello Shah Jahan, Non è uno scherzo, è tutto vero.La madre Shah Begum del Principe Khusro fu sepolta accanto a lui. Lei credeva di avvelenarsi a causa della disperazione per l’opposizione del figlio di Jahangir. Non ho capito bene la storia, ma poi ci chiediamo da dove prendono le trame dei film di Bollywood?

I giardini sono deliziosi, indiani della Allahbad bene passeggiano con vestiti simil eleganti calpestando il curato prato all’inglese, noi ancora una volta siamo l’attrazione. Nokia fuori produzione da almeno 10 anni continuano a scattare foto compulsivamente e io ormai sto diventando insofferente: ma sono troppo gentili, non puoi essere scorbutico. Non ce la fai. Sono insistenti, sono ossessionanti. Ma sono gentili, entusiasti, sembra sempre che una foto fatta con loro possa cambiargli la giornata, sembra che tutto dipenda dalla tua voglia o meno di stare in posa per una decina di secondi con loro.

Saliamo su un Tuk Tuk per fare in modo di riavvicinarci in una qualsiasi maniera al campo tendato, siamo tutti stanchi morti e i km vanno fatti a piedi, non c’è scelta. CI ritroviamo in mezzo a minuscoli paesini, due militari ci inseguono e si divertono a fare pezzi di strada con noi, l’alveare ronza in lontanaza e noi siamo lontani da tutto. Poco alla volta, arriviamo al campo.

Di quella giornata ho un ricordo pesante, violento. E se raccontassi solo questo forse non riuscirei a spiegare la mia Allahbad.

IMG_1857La giornata in realtà è cominciata uscendo dal campo, passeggiando. In tasca mi ero portata alcuni dolci comprati ad una bancarella nel delirio polveroso del Kumbh Mela, ma si sa, io assaggio spavaldamente tutto. Il motivo per cui sono avanzati è stato che non mi piacevano, troppo zucchero, troppo dolci. In maniera ingenua ho pensato di darli a qualche bambino che avrei incontrato sulla strada, non pensando a QUANTI bambini c’erano sulla strada. Li ho tirati fuori. Sono stata letteralmente assalita. Decine di bambini che tendevano le mani per prendere un pezzo di questo dolce, i più grandi cercavano di sovrastare i più piccoli e io mi sono ritrovata a chiudere le mani per poter salvare qualche pezzo per i piccoli che non riuscivano ad arrivare a me. Ancora. Mi sono sentita una sporca turista, una di quelle che “va in India a vedere i poveri”, una di quelle che dà il dolcetto per poi raccontarlo. Mi sono sentita un’ingenua, consapevole di aver letto di non dare dolci ai bambini, certa di non dare nessun aiuto. Sono scoppiata a piangere. Mi si gonfiano gli occhi a scriverlo oggi. Non è retorica, ti si spacca il cuore in pezzi.

E la mia Allahbad è stata condizionata dal pensiero di quelle mani tutto il giorno, peggiorata dalla vista di un uomo praticamente morto sul ciglio della strada con le mosche che gli pasteggiavano in bocca.

Serve?

Serve raccontare tutto questo? Mi vergogno mentre penso a quanto intensamente mi sono lavata quella sera, a quanto sapone è IMG_1357servito per togliermi dalla pelle la polvere e le brutte sensazioni. Ed a quei momenti penso spesso.

Cosa siamo noi in quel mondo, vivendo l’India in quel modo?

Gente che impara. Credo. Gente che ha voglia di ricordarsi quanto si è fortunati ad avere 10 paia di scarpe diverse, di avere cibo fresco ogni giorno ed un tetto sulla testa. Ma questa è retorica.

C’è una frase di Gandhi che ho sempre amato e che non sono mai riuscita a fare mia: ” un passo alla volta mi basta” .

In India impari a farti assalire da un mondo impetuoso e folle tutto d’un colpo, ti senti travolto come in un tornado da cui ti lasci trascinare, ma capire e assimilare sono un’altra cosa. Appunto, un passo alla volta, mi basta.

Kumbh Mela, girovagando

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Off. La seconda mattina del Grande Kumbh Mela ce la prendiamo così, a riprenderci, a riposare un attimo le ossa rotte dalla macchina che ci ha sballottato per giorni e i piedi gonfi e un po’ martoriati dai chilometri quotidiani. Soprattutto tra la sabbia in riva al Gange.

Dormicchiamo, scarichiamo le foto,  tiro fuori un paio di libri e mi ci addormento sopra. Sono stanca. Decisamente stanca.

Dopo esserci rimpinzati di cibo indiano rigorosamente vegetariano ripartiamo alla volta del fiume. Il costo della barca rispetto alla sera prima è talmente basso che mi imbarazza scriverlo. Diciamo molto molto molto meno. Molto.

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Ripartiamo attraversando un Gange affollato, pieno di barche cariche e ricolme di persone con borse, sacche piene di cibo, tende arrangiate che diventeranno casa per qualche giorno. Il barcaiolo si avvicina a un lato del fiume con una specie di passerella nell’acqua dove tutti scendono. Prego? Io sarò anche avventurosa al punto di bermi una spremuta di frutto-che-assomigliava-un-po’-ad-un-pompelmo, ma no, non ce li metto i miei piedi nel Gange, non ce la faccio. Anche se immergere le gambe in quell’acqua potrebbe risolvere per sempre il problema dei peli superflui (forse anche delle gambe superflue), chiediamo al nostro Caronte col fiatone di portarci fino a riva (dove decide di fare rissa con altri barcaioli per passare).

Appena appoggiati i piedi sulla terra ferma veniamo letteralmente assaliti dai venditori di colori in polvere, timbrini per abbellire la fronte e soprattutto bambini che, come da tradizione dell’immaginario indiano, facevano uscire serpenti  storditi dalle cestine di vimini. Credo che il mio “porca vacca stammi lontano con quel coso lì” fosse assonante con la traduzione indiana di “fammi vedere cos’hai lì dentro, io amo molto i serpenti” visto che si divertivano molto a venirmi incontro aprendo a sorpresa il coperchio che teneva fermo il serpente. L’unica cosa che mi ha vagamente tranquillizzato è che qualcuno di questi serpenti era palesemente imbalsamato. Ma anche quelli mi spaventano a morte, non posso farci nulla.

Avvicinandosi la data del bagno rituale ogni giorno aumenta il numero delle persone, sembra una migrazione di massa verso il centro della terra. Vaghiamo in lungo e in largo e lo spettacolo è affascinante quanto orribile in certi momenti: le deformità del corpo e la lebbra purtroppo sono all’ordine del giorno, come i truffatori. Ma non sono riuscita comunque a fermarmi a controllare se quelle ferite erano vere o no, perchè mi è bastato guardare una donna disintegrata dalla malattia per rinunciare a farmi certe domande.

bagno kumbh mela

Vivo la mia prima esperienza da bagno nel grande campo del Kumbh Mela e credo non la consiglierei a nessuna donna che ci tiene un minimo all’integrità del suo fiorellino, perchè i bagni chimici che noi troviamo nelle situazioni di grandi folle, in confronto a quello che ho provato… Beh, diciamo che sulla tazzetta del bagno chimico dell’Heiniken Jammin’ Festival ci farei colazione. Con anche tanta gioia.

La toilette consis teva in due lastre di amianto (o eternit, a scelta della malattia che volevi prenderti) a forma di C che si incastravano tra di loro. Fine. In pratica un paravento come quelli del medico ma più grande. La cosa curiosa (e chi è debole di stomaco può proseguire al capoverso successivo) è che c’erano sì allegre montagnole di “cose di qualcuno”, ma mi sono accorta dopo aver fatto pipì che l’unico fazzoletto in terra era il mio. Mumble. Il secchiellino che riempiono e che si portano appresso sempre serve come bidet portatile?  Usano un fazzoletto di stoffa come quello che mia nonna di si infilava nella manica o tra le tette? Una sciacquatina rapida nel limpido Gange? Il dubbio resta.

Continuiamo a mancinare chilometri sotto i piedi e ad ogni due passi veniamo fermati da qualcuno: sono chiaramente qualcosa di anomalo per gli indiani perchè passo la giornata a sorridere a cellulari che mi schiantano in faccia, ragazzi mi fanno i video, mi abbracciano e si fanno fare le foto, mi tirano per la maglietta e chiamano i parenti. Non riesco a togliermi dalla testa l’idea che potremmo essere su una candid camera indiana.

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Arriviamo nuovamente nella zona dei Naga Sadhu, e questo giro chi avviciniamo ad un crocchio di persone accalcate intorno a degli asceti che, mentre fumavano allegramente cannoni dalle dimensioni di una banana, benedivano la gente.

E facciamo anche questa, su.

Mi avvicino, ovviamente per prima, e già mi fa strano trovarmi così vicino al pisello infiorellato (non saprei come spiegare che aveva una coroncina  di fiori arancioni ad adornale il sacro pene) e chiuso ermeticamente da un anellino di questo santone anche piuttosto bellino. Mi inginocchio, ed ecco che mi arriva sulla schiena una manata così forte che per un attimo ho pensato che mi avesse incrinato due vertebre, un pugno di rice krispies in mano, un po’ di cenere in mezzo agli occhi. Benedizione fatta. Mi viene un po’ da ridere ma si sa, la tradizione è tradizione. Mi metto in bocca il riso soffiato, i miei compagni di viaggio ancora una volta mi guardano con terrore per la noncuranza con cui ingerisco le cose. Il mio intestino, ancora, tiene botta.

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Più passano i giorni più capisco una cosa dell’India, bisogna essere morbidi. Devi dare la possibilità al tuo corpo di adattarsi, di prendere forme diverse da quelle abituali, bisogna dargli soprattutto tempo. Se ti irrigidisci l’India ti punisce.

E’ un viaggio che ho sentito faticoso, sono un selvaggio per alcune cose ma sono un po’ maniaca dell’igiene e da queste parti ho dovuto armarmi di amuchina e salviettine antibatteriche molto più di quanto pensavo sarebbe stato necessario. Ma mi sono lasciata andare. Al cibo, alle mani della gente che continua a toccarti, alla folla, agli odori. Morbida. E l’India sarà morbida con te.

A parte il santone. Quello mi ha fatto male (qualcuno dei ragazzi credo che abbia la foto della manata che mi è rimasta disegnata sulla schiena!).

primi passi al Kumbh Mela

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Mai stati vicino a un alveare? Il ronzio spaventoso e incalzante che ti circonda, il rumore denso, basso che si sente prima nella pancia e poi nelle orecchie. Ecco, benvenuti al Grande Kumbh Mela!
Per arrivare ad Allahabad sono state le più lunghe 6 ore di auto della mia vita. Erano solo 250 km di strada ma quasi tutti su strade sterrate, sconnesse e piene di profonde buche e quando asfaltate lo erano così male che sembrava che il cemento lo avessero fatto cadere per sbaglio da un camion. Allahabad è uno dei 4 posti in cui si tiene ogni 3 anni il Kumbh mela e ogni 12 il Maha Kumbh Mela e cioè il più grande raduno religioso del pianeta. Traduzione: circa 20 milioni di persone (inclusi i sadhu , gli asceti che girano col battacchio al vento) tendenzialmente di religione induista si ritrovano per pregare e per fare il bagno nel Gange. E’ sconvolgente.

Arriviamo al campo tendato incredibilmente organizzato, le tende hanno il bagno in camera (e qui intendo water, lavandino e doccia calda) e il cibo te lo servono in abbondanza. Salutiamo Dave-ti-abbiamo-lasciato-una-fortuna-di-mancia-ma-era-meritata e ci riposiamo un’oretta dalle vibrazioni e dalle buche violente che ci hanno martoriato per ore, e poi siamo partiti con la guida per la prima visita esplorativa.IMG_1206

E non c’è altro da dire. Puoi solo rimanere a bocca spalancata davanti al più grande spettacolo umano che ti si può aprire davanti agli occhi. Il ragazzo che ci sta portando in giro tra le tende (molto diverse dalle nostre… il che significa due pali un telo e della paglia con un fuoco acceso nel mezzo) ci spiega rituali e tradizioni, e io mi domando come riesca a rimanere così perfettamente pulita la sua camicina azzurra. La polvere e il fumo sono insopportabili ma i personaggi da fotografare sono talmente incredibili e strani che si sopporterebbe di tutto.

Il campo è enorme, se non c’è qualcuno che ti spiega a grandi linee come sei girato su quella terribile mappa che ti consegnano all’arrivo… beh, non è difficile perdersi in 5o km quadrati.

IMG_1339La zona dei Sadhu è senza dubbio la migliore da fotografare: un campo tendato in cui puoi vedere davvero di tutto…

Prima di tutto i Sadhu sono nudi (i Naga, che appunto significa”nudo”) e quindi come donna era un po’ strano vedere questo “effetto spogliatoio”… cioè. non è che non ho mai visto un uomo nudo, ma devo ammettere che è un po’ strano vederne centinaia che ti parlano con una certa nonchalance come se non fossero lì con dei fiorellini intorno al gingillo completamente svestiti. Ho visto gente in piedi da anni, quello con un braccio sollevato da quando era bambino, quello con le unghie lunghissime, l’arto scheletrico. E poi tutti che allegramente si fumano cilum, canne e quant’altro. Così, in allegria. E la pietra che galleggia, il fumo che ti avvolge, le donne che ti osservano, le mani che ti toccano e ti tirano, tutti che ti si piantano davanti con il cellulare per scattarti le foto a due centimetri di distanza. E’ un continuo violento susseguirsi di strane emozioni, di cose mai viste.

Parliamoci chiaro, in India davvero si possono vedere e vivere cose mai viste. Nel bene e nel male. Dai lebbrosi con le ferite aperte che colano sangue a donne che ti baciano e ti prendono per mano con una dolcezza inaudita, ti fissano negli occhi, con un semplice sguardo ti mettono a disagio, in imbarazzo e allo stesso tempo in pace col mondo. Perchè questo è quello che io continuo a non capire dell’India. Qui tutti vivono maledettamente alla giornata con un’intrinseco menefreghismo e riuscendo lo stesso a mantenere una leggerezza e un’armonia col mondo che mi fa personalmente piuttosto incazzare. Credo sia solo invidia, la mia.IMG_1335

Abbiamo camminato per chilometri (non è una metafora, 10km buoni a piedi per il campo ce li siamo fatti) per poi trovarci sulla riva del Gange, di notte, con il Kumbh Mela che illuminava il buio con una calda luce arancione. Una “mother Ganga” calma, piatta, senza barche. Sembrava riposare.

Ecco, dimenticatevi per un attimo la poesia di quanto appena scritto. Perchè noi dovevamo essere dalla fottutissima altra parte del fiume e non potevamo passare. Alla sera il grande fiume non è navigabile. CI sono pure le guardie a controllare con allegri bastoni di plastica trasparente da darti negli stinchi all’occorrenza. Prego? CIoè, mia simpatica guida che giri da gennaio per il Kumbh Mela mi vuoi veramente venire a dire che non sapevi che non si può attraversare il fiume di sera e che l’unica opzione è quella di rifarci 10km a piedi ritornando sui nostri passi? Ah no, c’è anche l’opzione di aspettare il cambio della guardia, corrompere un barcaiolo con una cifra che potrebbe sostenere 16 famiglie indiane per i prossimi sei anni e tornare in tempi non biblici al campo. Il tutto dopo averci chiesto DIECI EURO a testa in più per ogni ora aggiuntiva di guida. Facendo un paio di conti: il salario medio di un indiano è di circa 50 euro al mese e lui voleva per un’ora… Mhh. Sento puzza di bruciato. per tre ore sarebbero stati 150 euro. Storciamo il naso, gli diciamo di riportarci al campo, si scoccia pure lui. Ci dice qualcosa tipo “beh va beh, datemi un po’ quello che volete” e alla fine noi optiamo di pagarlo come in impiegato qualificato che lavora in Italia. Bastardoni noi? Ehm… direi di no.

IMG_1294Viaggiare tanto (e soprattutto con persone più sgamate di me) mi ha insegnato una cosa: guarda e ficca il naso, osserva.

Quindi, accettiamo di pagare una cifra spropositata (2400 rupie al posto di 400 che sarebbe stato il prezzo regolare… circa 34 euro, da pazzi!) per farci traghettare da questo Caronte scalzo e giovane (oltretutto dobbiamo pagare anche il passaggio per la nostra guida): è assolutamente affascinante, magico ed emozionante, soprattutto perchè credo quella fosse l’unica occasione nella vita di vivere un viaggio del genere. Un po’ da panico perchè credo non si sarebbe accorto nessuno se fossimo andati a picco. Arriviamo sul lato giusto del fiume, la guida ci chiede di dare a lui i soldi da dare al barcaiolo e che avrebbe dovuto dargli anche 400 rupie di mancia. Mi piazzo lì accanto anche se ci fa segno di andare . Nessuno mi vieta di star lì e vedo chiaramente che al barcaiolo dà al massimo 500 rupie. La guida mi nota che lo osservo. Credo fermamente che in quel momento abbia invocato la Dea Kali per farmi carbonizzare.

IMG_1346Gli diamo circa 10 euro e lui dice “un po’ pochino eh?”, non resisto, glielo dico. “Beh, visto che ti sei intascato anche quelli del barcaiolo direi che è abbastanza, tu sei davvero smart, ma io non sono stupida”. Ribatte, dice che non è vero, che in realtà ha dato 400 rupie di tasca sua al barcaiolo. Ed ecco che finalmente posso sfoderare anni di allenamento casalingo di “sguardo fulminante di mia madre” che significa più o meno “non diciamo cazzate, è il caso che stai buono lì se non vuoi un commento carbonizzante”.

Borbotta. Ma non ribatte. Piuttosto chiaro che sapeva cosa stava facendo e gli è andata male. TOrniamo indietro e ci buttiamo sulla cena vegetariana per poi infilarci in un letto dalle mille coperte. Pulito, caldo. Ridicolo pensare che il primo letto caldo e pulito e la prima lunga doccia calda li abbiamo trovati in una tenda da campo. Sonno profondissimo, accompagnato da una stanchezza senza precedenti e dalla benedizione di qualche Sadhu. Fanno 50 rupie.

interruzione meditativa

La verità è che sono abbastanza impegnata. Ma lo ammetto, non così impegnata da non poter scrivere sul blog. L’India mi si è incastrata dentro e sembra non voler uscire. Non capisco se sta prendendo forma o se mi si è solo piantata sullo stomaco. Sto metabolizzando. Cerco di mettere in parole delle immagini che sono rimaste tatuate nella pelle, nell’anima, nelle ossa inumidite dalla pioggia di Varanasi.

Sembra un groviglio di strade senza cartelli e io sto cercando di dare le indicazioni a un cieco. I miei occhi e le mie mani come supporto dovrebbero essere la guida. Ma  i miei occhi sono ancora sporchi. Non capisco se la amo, se sono arrabbiata, se sono addolorata. So solo che ho accantonato l’India per un paio di settimane, lì, in un angolo a decantare mentre cercavo di scrollarmi il malessere fisico (rivelazione, anche io sono stata male…! ) e guardavo quelle foto, piene di occhi, di polvere, di acqua sporca, di bambini per strada.

Le ho un po’ rigettate  e adesso le guardo con amore.

Ok, scusate l’interruzione. La trasmissione riprenderà al più presto.

hugs

Khajuraho il sito archeologico più porno che c’è

IMG_2288Non sto esagerando. Sono seria. Khajuraho (nella regione del Madhya Pradesh) un piccolo paesino, inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO dall’86, è un concentrato di templi (85 templi alcuni per divinità giainiste, e tutti gli altri dedicati ai soliti noti Brahma, Vishnu, Shiva). Essi si dividono in tre gruppi di cui quello occidentale costituisce il più famoso, anche grazie alla presenza del tempio Kandariya Mahadev, che rappresenta l’edificio templare dedicato a Shiva più grande e superbo di Khajuraho, con una torre alta oltre 30 metri. E queste sono le informazioni tecniche. La parte divertente è un’altra.

IMG_2318La stragrande maggioranza dei templi scolpiti nella pietra è decorata con scene di vita quotidiana del tempo. Adesso, io non sono particolarmente sedentaria né estrosa e se qualcuno venisse a ritrarmi a sorpresa a casa potrebbe anche trovarmi anche in scene imbarazzanti come “mangiare sul divano con calzini sopra la tuta” ma non credo mi troverete mai ad accarezzare molto poco ambiguamente il pisello di un asino o il mio compagno che usi l’asino per scopi ludico-amorosi. A quanto pare, invece, gli indiani si divertono così, con animali da cortile, animali da trotto e palpeggiamenti pubblici. I templi sono comunque davvero belli, ricordano un po’ Angkor e sono perfettamente conservati, oltretutto c’è la comodità di averne buona parte tutti vicini e visitabili in una mattinata.

Per pranzo optiamo per un ristorantino sul tetto di un piccolo palazzo, con una veranda protetta dal sole da ombrelloni da mare in stile Sammontana, tutti cercano l’ombra, io mi piazzo sotto il sole cocente. Ne ho bisogno. Al ristorante Agrasen mangiamo il nostro pirmo Thali cioè un piatto grande su cui sono appoggiate tante ciotoline con cibi tutti diversi da poter assaggiare, solitamente accompagnato da naan (il loro pane) o riso. Il cibo era ottimo. Andrea ha mangiato una pizza. Non buona. Ma se lo merita. Come si fa a mangiare pizza in India?!

Ci facciamo accompagnare da Dave-quando-vi-importunano-ci-penso-io alla stazione dei treni per vedere se riuscivamo a prenotare il treno da Varanasi a Calcutta come da programma… se non fosse che non c’è nulla. Non un posto, una cuccetta, un divanetto. Niente.

Posti in piedi per il treno notturno. WTF? Dobbiamo imporci un cambio di programma e cercare un aereo perchè 700 km sulle strade indiane non sono veramente fattibili oltretutto dobbiamo trovare un albergo perchè Dave non si sente di viaggiare di notte verso Allahabad. Stop forzato all’hotel Green House, al n.1 di Tripadvisor anche se io devo ancora capire perchè.

La città vecchia è molto bella da visitare, se non fosse che arriviamo leggermente lunghi e ormai il sole è calato. I limiti riguardanti gli spostamenti si sentono, si vedono, ma qui non bisogna irrigidirsi altrimenti non si esce vivi. Quindi cena veloce dopo aver mangiato dei fantastici samosa per strada e poi subito a letto.

Il giorno dopo abbiamo capito perchè Dave si è rifiutato di partire di sera. La strada è a dir poco allucinante. Non si riescono a fare più dei 40 all’ora e mi sono inzuccata non so nemmeno quante volte. Il viaggio è estenuante.

IMG_2490Dopo circa un’ora di strada ci fermiamo in un paesino e scateniamo l’attenzione dell’intera comunità che si sta svegliando. Tutti escono dalle casa per guardarci, fermarsi a vedere chi siamo e cosa stiamo facendo lì… Perchè credo davvero che di turisti se ne fermino ben pochi. Mangiamo dei samosa accompagnati da Chai con Dave che mangia con noi e che, oltretutto, i samosa ce li offre. Come si fa a non adorarlo?

Il viaggio verso il campo tendato dura più di sei maledette ore. Un tempo infinito. Ma siamo al Kumbh Mela e quello che ci aspetta esalta talmente tanto tutti da dimenticarci i lividi dell’essere stati seduti ore rimbalzando qua e là per la macchina.

Orchha e dintorni

Come si fa a spiegare l’India?

Ogni giorno che passa mi rendo sempre più conto che tutto quello che mi era stato detto era veritiero, ma talmente lontano dalla realtà che sto vivendo da realizzare soprattutto la difficoltà di spiegare cosa c’è in questa parte del mondo. E’ come spiegare un’alba a un cieco.

L’India è fatta di strade rotte e impraticabili che ti spaccano la schiena quando i chilometri da fare sono tanti, di case di eternit e IMG_0867mattoni senza calce, di bambini che sembrano adulti e adulti che sembrano vecchi, di vacche e bufali che girano tranquillamente per i paesi senza che nessuno li disturbi, di gente che mangia alle bancarelle e beve da un secchio comune, di bagni più sporchi di quelli cinesi, di alberghi con coperte sudice e lenzuola discutibili, di autobus che vanno in pezzi con i finestrini che si aprono su spranghe di ferro, di montagne di spazzatura ad ogni angolo, di pile di dischi di escrementi che loro usano per costruire e per scaldarsi, di occhi di anziani sempre pieni di cataratta, di mani continuamente tese, di santoni che curano gli ascessi con rituali magici e preghiere.

Eppure…

IMG_0879Non è retorica ma dell’India, se sei predisposto, ti innamori all’istante. Perché è fatta di sari colorati, di ragazze che si nascondono timide dietro i veli, di interi villaggi che ti corrono incontro per farsi fotografare, di bambini che giocano ancora con una ruota di bicicletta e un bastone, di gente che ti offre il cibo se ti vede incuriosito, di templi, di negozi incasinati, di pile perfette di frutta, di succo di mango, di piccole comunità che ti fanno rendere conto di quanto siamo diventati aridi e solitari nel nostro mondo. E ovviamente, a me è successo. Sono anni che la sogno e paradossalmente non sta deludendo le mie aspettative. Nonostante i miei ultimi viaggi siano stati in posti fin troppo civilizzati con tratti futuristici. Qui sei fuori dal tempo, condividi i samosa con gente che ancora va a prendere l’acqua al pozzo e per cui le tapparelle elettriche sarebbero qualcosa di magico e allo stesso tempo ti accorgi che tra di loro ci sono persone che hanno delle eccellenze tali da poter mettere in ginocchio paesi occidentali in cui tutti girano con l’iphone in mano. E non capisci come possano convivere questi due mondi estremi. Non pretendo di capire l’India, non potrei e non ci sto riuscendo. Avrei bisogno di tempo, insegnamenti, pazienza. Mi limito ad assaggiarla. Come un samosa offerto da Dave-guido-come-un-pazzo-ma-non-ho-mai-seccato-nessuno.

Nel casino totale di paesini lungo la strada arida (dove oltretutto ci becchiamo anche un camion ribaltato) che parte da Gwalior il paesaggio comincia a cambiare, fino ad arrivare a una splendida oasi: Orchha.

“Il gioiello del Madhya Pradesh”, “l’anima dell’India”: si può trovare qualsiasi definizione dell’antica capitale del Bundelkhand, e direi a ragione vista la meraviglia che ti si presenta davanti. Prima di tutto c’è una fiorente vegetazione, che dopo aver visto terra secca perIMG_0788 km non fa mai male.

L’albergo tutto in stile coloniale ha un fascino incantevole: ci mettiamo a prendere il sole in piscina per un po’, ci gustiamo il pranzo e ci riposiamo un po’ per rallentare i ritmi. E poi al pomeriggio a vedere la cittadella e il forte.

Il palazzo Raja Mahal è ancora una volta incantevole, affacciato su un cortile interno perfettamente conservato (è stato eretto tra il 1531 e il 1539). Curioso il fatto che ai piani alti non ci fosse nessuna ringhiera di sicurezza e ci fossero buchi da cui uno poteva tranquillamente cadere.

Dopo la visita del palazzo e della old Town siamo andati nella piazza del paese, e lì è stato delirante. A parte una bambina di circa due anni che mi si è aggrappata a una gamba e non c’era verso di sganciarla, è stato davvero strano. Camminavo e lei lì, con la sua gonnellina di tulle blu e i sui occhi truccati di nero mi guardava dal basso verso l’alto senza mollare neanche per un secondo né la gamba né i pantaloni. Fuori dal tempio una cerimonia, con tutta probabilità un matrimonio. Celebrato sul muretto fuori dall’edificio, i due sposini cantavano la litania con il tizio che celebrava, schizzavano acqua su un fascio di erbetta, fiori qua e là. E poi gente, in ogni angolo. Non so neanche quante volte mi sono sentita tirare la maglietta per fare una foto. Loro si divertono a rivedersi nello schermo, a mettersi in posa con tutta l’allegra combricola.

Ho comprato dei dolci perché già ne sono drogata a casa, figuriamoci qui come devono essere… diversi tipi tutti ordinati nella loro scatolina (mi fanno impazzire, sono un macello e un disastro totale nel loro modo di vivere, però su alcune cose, come mettere i dolcetti nel cartoncino o sulle registrazioni alberghiere, sono maniacalmente ordinati), li ho assaggiati, medio-buoni, li ho rimessi in borsa. Un bambino tirandomi per la borsa li ha visti e ha cominciato a indicarli, oltre che a chiamare tutti i suoi amici.

Visto che di zuccheri non ne ho bisogno e che il mio volume sta chiaramente aumentando, ho aperto la scatola in mezzo a una marea di bambini. Mi hanno letteralmente assalita.

Tutti a spingere per prendere quanti più dolci possibili e infilarseli in bocca. Mi è salito un magone in gola difficile da spiegare. In quei momenti ti senti solo l’occidentale che si può permettere tutto.

Sentirsi fondamentalmente di merda e aver voglia di aiutare tutti… e avere la coscienza di non poterlo fare.

Straziante. Ed è ugualmente incredibilmente bella.

L’alba perfetta e tappa a Gwalior

Dopo pochi giorni in India ti accorgi di un paio di cose.
Numero uno: secca o non secca almeno una cacca al giorno la pesti.
Numero due: quando ti soffi il naso è come essere a inquinolandia e uscirà sempre nero.
Numero tre: qualcuno avrà sicuramente tossito sul vostro naan.
Numero quattro: non esiste il silenzio. Proprio non c’è. Se non c’è musica o litanie musulmane ci sono i clacson, i rumori della strada… Non c’è un attimo per far riposare le orecchie.
Forse anche per questo che ho amato così tanto la fortezza di Fatehpur Sikri la mattina all’alba: non c’era nessuno. Non un’anima. Niente venditori di miniscacchiere, collanine o cartoline. Niente. Consiglio spassionato, puntate la sveglia alle 6:30 e presentatevi là alle 7 (anche all’alba, visto che apre quando sorge il sole) e godetevi lo spettacolo meraviglioso del palazzo nel silenzio più totale. C’è da perdersi. La zona migliore è il cortile con la piscina ornamentale, su cui l’Umberto Smaila locale si esibiva per Akbar e le sue mogli. I riflessi, le luci, i colori. È magico.
Usciamo e veniamo assaliti da venditori di collanine. Inevitabile.
Ah, dimenticavo un dettaglio. A colazione ci siamo fermati in albergo: non c’era nessuno, a parte un vitello che ci guardava con aria interrogativa. Spunta un tizio scalzo dalla cucina più lercia del mondo a cui chiediamo un chai e un caffè. Aspettiamo.
Nel soffitto si sentono movimenti strani ma non ci vuole molto a scoprire di cosa si tratta: da un buco spunta un bel topolone dal soffitto che corre su una struttura di legno attaccata alla parete e si infila dietro una specie di quadro nel muro. E poi un altro, e un altro, un altro… Una colonia. Evviva. Buongiorno!
Tutti un macchina con Dave-ho-scoperto-che-è-nonno:direzione Gwalior. Gianni ad ogni chilometro sta peggio, é verde e bianco. Pessimo segno. Arriviamo in città e lui va a letto. Non ci siamo.
Io e gli altri intanto siamo andati a fare un giretto in zona, ma l’hotel Grace (posto piuttosto pulito, oltretutto è un po’ fuori dalla zona centrale e di ristoranti non ce ne sono, ci godiamo la strada, la gente. Un gruppo di ragazzi si è organizzato per una partitina a cricket in mezzo alla strada: ovviamente mi sono beccata una pallonata.
Anche a Gwalior c’è un forte o meglio, un insieme di palazzi splendidi, tra cui il Man Madir Palace (il cuore della fortezza e uno dei più grandiosi forti indù), con la particolarità di avere smalti in blu e in giallo con file di papere a decorazione. Non è facile trovare una cosa del genere.
Il complesso include 4 palazzi indù, un tempio indù e uno sikh, rovine dell’epoca inglese e un museo archeologico.
Ma la cosa che stupisce, colpisce e sbalordisce sempre di più non sono i musei e i reperti archeolgici, sono le persone. Il bambino che ci si è accozzato aveva 10 anni, parlava perfettamente italiano e inglese e chissà quante altre lingue. Una scheggia. Cresciuto per la strada da quando aveva 5 anni, storia strappalacrime e ghigno sveglio, addirittura prendeva in giro gli altri bambini che gli gravitavano attorno meno scantati di lui. Qui sopravvive il più forte e Darwin con la sua selezione naturale non diceva cavolate.
I templi che circondano il palazzo sono strepitosi e ricordano l’architettura di Angkor (ma forse ce l’ho talmente tanto nel cuore che tutto mi ricorda Angkor!), curioso che inciso su uno di essi ho trovato… Una vespa!
Sulla strada che porta al Gwalior Gate poi, rimani un tantino a bocca aperta per le sculture scavate nella roccia risalenti al XV secolo che rappresentano i corpi nudi dei tirthankar (i maestri giainisti): in pratica la stessa cosa vista a Datong in Cina! Fantastico!
Soprattutto dopo questa giornata mi sono resa conto di essere una specie di fenomeno da baraccone per gli indiani: la gente si pianta davanti e mi inchioda gli occhi addosso, tira fuori cellulare o macchina fotografica e me li punta addosso. Un po’ mi sta bene visto che io lo faccio sempre con gli altri. Sarà per i capelli ricci e rossi, sarà la pelle bianca cadaverica (Dave mi conferma che è questo che li incuriosisce tanto) ma per loro sono una specie di aliena, soprattutto in quei posti meno turistici in cui di persone ne passano di meno. Non so nemmeno quante foto ho fatto in questi giorni insieme a ragazzi, famiglie intere, mamme con bambini, gruppi interi. E devo ammettere che mi fa abbastanza ridere l’idea che probabilmente la mia faccia abbracciata a qualcuno di loro troneggerà a casa della famiglia in gita.

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