New Mexico 2 – Santa Fe, Madrid e Tinkertown

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Santa Fe è la più antica capitale del Nordamerica (quindi si parla di roba del 1600), appollaiata su un altopiano,  e colpisce subito per la Plaza, su cui si affacciano il Museum of Fine Arts, il Palazzo del Governors, il camino Real è la principale via commerciale. E quello che colpisce di più è quest’aria un po’ mexican bohemienne (si, è un termine che  ho appena coniato), le gallerie d’arte sono ad ogni angolo, e si possono trovare schifezze come meraviglie (mi sono innamorata di alcuni quadri che riproducevano in stile Wharol i personaggi del mago di Oz…stupendi!), e se qualcuno è appassionato si può dedicare a scoprire gli angoli nascosti in cui sono esposti i quadri di Georgia O’Keeffe, madrina della città, che dopo essere stata glorificata a NY ha scelto di ritirarsi a miglior clima da queste parti. Ovviamente il grosso della sua produzione è al Georgia O’Keeffe Museum di Santa Fe.

Negozietti, risciò, artisti di strada, creperie (con crepe d’oro, a quanto pare…), stravaganti clochard, signore nei negozi che ti chiamano “sweety”, colori caldi, musica. Chiudendo gli occhi mi sembra di risentire quell’aria tiepida del mattino, il profumo del mattino e quegli insulti della vecchia in macchina che mi urlava dietro perchè non mi ero fermata del tutto a uno stop. Si perchè gli americani in macchina sono davvero molto educati, anche perchè in Italia sarebbe inimmaginabile la regola del “passa chi è arrivato per ultimo, ma passa pure, prego, non si disturbi vada lei”. Agli stop qui si fermano, sorridono, ti fanno cenno. E se ti urlano dietro…beh, o hai fatto una cavolata grossa, o è un pazzo scatenato. Si, ok, ci sono rimasta male. Sono sensibile!

Così un po’ offesa io e molto divertito lui siamo partiti per il Turquoise Trail, una strada panoramica che si snoda per circa 50 miglia lungo la  Highway 14 e che tocca ghost towns (come Cerillos) paesini “recuperati” come Madrid, e chicche storiche come il Tinkertown museum in cui ho lasciato una piccola parte di cuore. Pezzetti di un puzzle che al posto di sapere di chili profuma di torta di mele fatta in casa.

Cerillos è una vera ghost town, quattro case, senza un’anima in giro: un bar e qualche motociclista che ci guarda un po’ storti. Un paio di studi di artisti che scelgono la solitudine per creare. Ok, giro turistico finito.  Andiamo verso Madrid.

E questa si che è una rivelazione. Questo paesello di non troppe anime che si sviluppa fondamentalmente lungo una sola strada, è stato una ghost town per anni, finchè nel 2007 non è stata scelta come set per “Wild Hogs” (orribilmente tradotti in in “svalvolati on the road”), e ha ripreso vita. Un’ottima vita.  A parte il locale protagonista del film, Maggie’s (che all’interno è ancora allestito come un diner ma è un negozio per motociclisti, strambamente gestito da una signora dal marcato accento inglese smollata lì dalla figlia), si susseguono uno dopo l’altro negozi di oggetti usati (si, ho fatto razzia di libri, ok? Almeno ho lasciato lì il bambolotto di James Hetfield per cui chiedevano davvero pochi dollari), stivali texani, cassette della posta decorate ad arte, un piccolo cafè con muffin ENORMI, un negozio di vestiti e cianfrusaglie con un curioso cartello “sorry, we’re open!” e un tizio ancor più strano all’interno. Strambo. Un posto davvero curioso e da cui, ovviamente, sono stata estirpata.

Amo i siti storici in stile Colosseo, ma amo ancora di più posti come questo, in cui la storia è recente fatta di persone, di vita intima, luoghi in cui un’epoca la senti vibrare tra le pagine sottolineate di un libro con dedica, o guardando i tacchi  usurati in una certa maniera di un paio di stivali vintage. Io poi tocco tutto. Mi piace farle mie, anche solo per un attimo.

Ci spostiamo di poco e ci buttiamo in uno strano museo, che ancora ho sulla pelle, nonostante il tempo faccia sempre un poco sbiadire i ricordi: Tinkertown museum.

Una passione viscerale di un uomo, Ross Ward, per la scultura nel legno, iniziata nel tempo libero alle scuore medie e diventata un suo piccolo mondo in età adulta: ha costruito mondi, circhi, città e fattorie con personaggi che si muovono tutti in legno, tutti a mano. E’ arte, è folklore nel senso meno pacchiano del termine. Il museo è grandioso. E amaro.

Il museo è curato dalla famiglia di questo artista a cui purtroppo è stato diagnosticato l’Altzheimer nel ’98, e da lì, ha cominciato a perdere colpi fino a morire nel 2002, e questo posto trasuda amore e una sfrenata passione per la vita.

A parte la bellezza da lasciare senza fiato delle sue creazioni (con tanto di movimenti dei burattini e musica), c’è una profonda poesia in quelle creazioni, c’è la sua vita. Lì e su quella macchina che ha cominciato a decorare perchè  gli avevano vietato di usarla, e anche quella, con quello stile arrabbattato e riciclato, diventa un commovente pezzo d’arte.

Mi sono innamorata forse subito di quel posto leggendo un cartello all’ingresso: “amiamo tutti i nostri visitatori…alcuni quando arrivano, altri quando se ne vanno”. Fantastico.

E poi, col sorriso stampato, strada. Tanta.

E White Sands. Ma questa è un’altra storia.

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